InfoErbe

Article Index
QualitÓ e standardizzazione delle piante medicinali
Page 2
Page 3
Page 4
Page 5
Page 6

L'American Herbal Products Association (AHPA) ha recentemente dato una definizione più allargata che risponde a mio parere ai dubbi sopra espressi:
"Il termine standardizzazione si riferisce al corpus di informazioni e di controlli necessari per produrre materiale di ragionevole omogeneità.  Ciò viene conseguito attraverso la minimizzazione delle intrinseche variazioni della composizione del prodotto naturale, attraverso pratiche di controllo qualità applicate alla agricoltura e ai processi manufatturieri".

Cerchiamo di capire anche cosa non è un estratto standardizzato.
Non può essere definito ‘estratto’ standardizzato:
-    un estratto di una pianta nel quale i livelli del cosiddetto marker di attività fossero stati innalzati artificialmente aggiungendo composti isolati alla matrice vegetale (come è il caso del Guaranà o della Cola addizionati di caffeina). Esso è invece un prodotto erboristico adulterato
-    un estratto che avesse livelli innaturalmente elevati del composto marker attraverso un processo di trasformazione che eliminasse alcuni composti a favore di quelli considerati importanti. Esso è invece il risultato di un processo di purificazione o isolamento, ma non un prodotto fitoterapico.


Standard importanti per la qualità

•    Standard genotipici (scelta di cultivar)
•    Standard coltivativi e pedoclimatici
•    Standardizzazione dei processi trasformativi (metodo, forma galenica, tipo di solventi e rapporto pianta/solvente)
•    Standardizzazione su marker di attività, oppure
•    Standardizzazione di marker di qualità/identità

Quindi, se produrre estratti standardizzati aggiungendo i composti “marker” non è buona standardizzazione, come si dovrà procedere?  Si dovranno prendere in considerazione tutti i possibili passaggi nei quali sia possibile controllare il processo produttivo.  Naturalmente il punto di partenza saranno i dati storici, etnobotanici, sperimentali e clinici. Date queste informazioni, e volta deciso il profilo chimico desiderato, sarà necessario cercare di produrre materiale vegetale il più possibile vicino agli standard.

Per chiarire l’importanza degli standard agronomici, ecco due esempi dell’influenza della chemiotassonomia e dei fattori pedoclimatici sulla qualità.
1. Uncaria tomentosa. Sono stati individuati due chemiotipi (CT), dei quali solo uno viene usato dalle popolazioni indigene:    
•    CT ad alcaloidi pentaciclici ossindolici (POA)
•    CT ad alcaloidi tetraciclici ossindolici (TOA)
Il CT a POA viene usato tradizionalmente, quello a TOA è più tossico. E’ quindi chiaro che per ottenere un prodotto di qualità, per prima cosa bisognerà assicurarsi che l’Uncaria tomentosa che coltiviamo sia del CT giusto.

2. Tribulus terrestris. Una pianta che presenta una grande variabilità fitochimica che dipende dalla zona geografica e dalla parte usata.
La protodioscina, il marker di qualità ed efficacia, è presente solo nelle foglie e nei fusti (non nei frutti) e solo nelle varietà della Bulgaria e Slovacchia.
Anche in questo caso quindi, condizione necessaria (ma non sufficiente) per un prodotto di qualità, sarà quella di usare la parte giusta della pianta, usare varietà o cultivar tipiche della Bulgaria o Slovacchia, e magari coltivare le piante nelle condizioni pedoclimatiche migliori.
Una volta assicuratisi che il materiale di partenza sia della qualità migliore, potrebbe essere necessario mescolare materiale proveniente da diverse produzioni per raggiungere l’equilibrio di composti desiderato.
Ma soprattutto, una volta che si sia in possesso del materiale grezzo di qualità, e conoscendo la fitochimica della pianta, avendo un’idea delle classi di composti più rilevanti, il procedimento di estrazione diviene di grande importanza. Estrarre malamente il materiale vegetale, vale a dire in maniera poco efficiente o efficace, magari scegliendo un solvente iniziale non adatto al range di composti interessanti, oppure un procedimento di estrazione lesivo per i composti stessi, può significare sprecare il vantaggio acquisito con la qualità di partenza.
E’ impossibile qui dare conto di tutte le variabili coinvolte nella scelta del procedimento estrattivo, ma il primo passaggio dal materiale grezzo è di solito quello dell’estrazione con solvente liquido, in modo da ottenere una tintura idroalcolica, trattata come prodotto in sè, oppure come passaggio verso altri materiali (estratti liquidi, estratti molli, estratti secchi). Ecco che questo primo passaggio diviene essenziale, perchè si comprenderà che un estratto secco di Matricaria recutita, ottenuto da un materiale di partenza consistente in un estratto acquoso sarà estremamente dissimile da un ES all’apparenza del tutto uguale, ma ottenuto da un estratto idroalcolico al 55% di etanolo.

Anche il metodo di processazione riveste grande importanza.  Uno studio del 1953 comparava il contenuto in olio essenziale e fenoli di diversi estratti di timo (1:2 percolato a freddo 50% etanolo; 1:1 percolazione frazionata 50% etanolo; 13:1 estratto molle per evaporazione sottovuoto dell’1:2; 16:1 estratto secco nebulizzato dal 1:2) con quello della pianta essiccata.
Lo studio nota che la trasformazione comporta sempre una perdita in olio essenziale e fenoli.  Ma ciò che colpisce dell’esperimento è che il contenuto in fenoli dell’1:1 e, per inferenza, la sua attività farmacologica (antibatterica), è praticamente eguale a quello dell’1:2 (0.13% contro 0.11%) pur avendo concentrazione doppia.  Ciò è probabilmente dovuto alle perdite durante il riscaldamento del secondo percolato.
Ancora più gravi le perdite per gli estratto molle e secco.  L’estratto 13:1 è solo 4 volte più potente dell’estratto 1:2 (pure essendo 26 volte più concentrato), mentre quello 16:1 è 14 volte più potente (e 32 volte più concentrato).  Il primo che perde l’82% dei fenoli, e il secondo ‘solo’ il 48%.  
Da questo studio, come da un altro effettuato su estratti di camomilla sulla camomilla si evince che la concentrazione sotto vuoto comporta sempre gravi perdite di oli essenziali.



Linee guida generiche per il solvente.

Classi e solubilità
1. Classe: Alcaloidi
Esempi: Leonorus cardiaca, Capsicum minimum, Berberis vulgaris
Solubilità: molto solubili in alcol e poco in acqua (solitamente).  Acidificare il solvente aiuta l’estrazione degli alcaloidi

2. Classe: Oli essenziali
Esempi: Pimpinella anisum, Thymus vulgaris, Eucalyptus globuluis, Mentha x piperita, Salvia officinalis, ecc.
Solubilità: molto solubili in alcol e nei grassi, poco in acqua e glicerina.

3. Classe: Glicosidi
Esempi: Gentiana lutea, Glycyrrhiza glabra, Silybum marianum, Crataegus spp.
Solubilità: solubili sia in alcol che in acqua

4. Classe: Mucillagini
Esempi: Malva spp, Althaea officinalis, Plantago ovata, ecc.
Solubilità: solubili solo in acqua

5. Classe: Resine
Esempi: Calendula, Rosmarinus officinalis, Pinus, Populus
Solubilità: solubili in alcol e olio caldo ma non in acqua

6. Classe: Saponine
Esempi: Viola spp, Saponaria, Glycyrrhiza glabra, Bellis perennis, Primula spp., Dioscorea, ecc.
Solubilità: solubili in acqua

7. Classe: Tannini
Esempi: Crataegus, Camellia sinensis, Bellis perennis
Solubilità: solubili in acqua e glicerina.


Sommario
•    Polisaccaridi (mucillagini), amidi, tannini, alcuni flavonoidi e poche saponine, sono estratti meglio in acqua (infusi o decotti) o in tinturazioni a contenuto minimo in alcol (25%).
•    Gli alcaloidi, la maggior parte delle saponine, e alcuni flavonoidi si estraggono meglio con percentuali medie di alcol (45%-60%)
•    Gli oli essenziali si estraggono meglio con percentuali medio-alte di alcol (50%-70%)
•    Le resine e le oleoresine si estraggono meglio con alte percentuali di alcol (85%-95%)




Nel caso di piante ricche in tannini e oli essenziali (o alcaloidi) ci sarà bisogno di utilizzare una percentuale (5-10%) di glicerina per impedire ai tannini di precipitare oli essenziali o alcaloidi.
Esempi:    
•    Cinnamomum spp. 1:5 (60% alcol, 5% glicerina)
•    Geranium viscosissimum 1:5 (50% alcol, 10% glicerina)
•    Prunus virginiana 1:5 (60% alcol, 10% glicerina)


Estrarre da fresco o da secco?
Molto si è detto e si dice sull’importanza dell’utilizzo di materiale vegetale fresco per la preparazione delle tinture (che in questo caso si chiamano alcolaturi o TM).  Sembra logico, anche a livello intuitivo, che l’utilizzo di acqua proveniente dalla matrice vegetale piuttosto che aggiunta dall’esterno avvicini di più la tintura al vero fitocomplesso; è stata spesso citata la maggior biodisponibilità dei prodotti da pianta fresca rispetto a prodotti da pianta secca.  E’ inoltre sicuramente vero che l’essiccazione è un processo di trasformazione che, se effettuato senza adeguate cautele, può risultare nell’abbassamento anche drastico della qualità del materiale vegetale, soprattutto quando si tratti di materiale aromatico.  E’ esperienza comune tra molti fitoterapeuti che piante come la Melissa officinalis, Chelidonium majus o le piante ad azione antidiscrasica perdano molta efficacia quando siano essiccate.  
D’altro canto non sempre l’essiccazione (eseguita con le dovute cautele) è controindicata, è vero anzi che alcune piante devono obbligatoriamnte essere essiccate.  Molte piante ad alcaloidi hanno un comportamento più prevedibile e meno pericoloso se sono state essiccate.  Le piante ad antrachinoni devono essere essiccate e conservate per almeno un anno prima della trasformazione.  
Esiste inoltre un problema di concentrazione: per quanto le tinture da materiale fresco possano essere teoricamente più biodisponibili, e quindi leggermente più attive, la preparazione di tinture da materiale fresco comporta spesso una diluizione molto alta dei composti attivi (molto dipende naturalmente dal contenuto in acqua del materiale di partenza: piante succulente risulteranno in tinture più diluite di quelle di piante a basso tenore di acqua).  La maggior biodisponibilità viene quindi spesso obliterata dalla elevata diluizione di queste preparazioni, obbligando il paziente a bere quantità significative di tintura, cosa che solitamente incide pesantemente sulla compliance del paziente stesso; significa inoltre che il paziente dovrà assumere maggiori quantità di alcol, altro fattore non desiderabile.  Qui il problema comunque non è quello di scegliere il processo che assicuri la qualità più elevata, bensì quello che assicura il miglior equilibrio tra qualità e fruibilità.

Una volta che ci siamo assicurati della qualità del materiale di partenza (standard pedoclimatici e varietali), e della qualità dei processi di standardizzazione, possiamo ragionare sulla standardizzazione in maniera non semplicistica. Vediamo innanzitutto quali possibilità di standardizzazione abbiamo.


1. Standardizzazione per costituenti attivi/fitocomplesso
In presenza di dati clinici consolidati un estratto prodotto utilizzando condizioni standardizzate di processazione ed estrazione. Lo standard viene utilizzato per assicurare una omogeneità tra lotto e lotto in modo da permettere una sperimentazione clinica e tossicologica stringente.  La standardizzazione si riferisce all’estratto totale che è stato utilizzato negli studi clinici. Estratti di questo tipo sono, tra gli altri, quelli di:
•    Ginkgo biloba
•    Serenoa repens
•    Hypericum perforatum

L’esempio dell’ Hypericum perforatum.
Nonostante i vari tentativi non è stato possibile né selezionare un composto singolo né un meccanismo singolo responsabili per l’attività antidepressiva.  La standardizzazione su un composto attivo non ha quindi senso. L’evidenza migliore che abbiamo al momento è che siano almeno sei le classi di composti importanti per l’attività dell’iperico: ipericine (naftodiantroni), iperforina (floroglucinoli), xantoni, flavonoidi e procianidine, terpeni; sembra inoltre che queste classi mostrino una sinergia di tipo farmacodinamico, avendo differenti target cerebrali e agendo attraverso differenti meccanismi (iMAO, iCOMT, SSRI). Sembra inoltre essere presente una sinergia di tipo farmacocinetico, con le procianidine che aumentano la biodisponibilità dei naftodiantroni.


2. Standardizzazione per marker di qualità.
In assenza di dati clinici consolidati, ma in presenza di dati sufficienti che leghino un composto/famiglia di composti (marker) all’attività farmacologica dell’estratto totale, lo standard si riferisce a quel marker e viene scelto per dare una idea della potenza dell’estratto totale.  
E’ questo un approccio che individua l’intera pianta come attiva, ma cerca uno o più composti/classi di composti che funzionino come marker di qualità.

Esempi:

 
•    Aesculus hippocastanus (escina)
•    Allium sativum (allicina e vari altri composti da essa derivati)
•    Arctostaphylos uva ursi (arbutina)
•    Camellia sinensis (catechine)
•    Cannabis sativa (THC e CBD)
•    Centella asiatica (asiaticosidi)
•    Coleus forskohlii (forskolina)
•    Crataegus spp. (procianidine e flavonoidi)
•    Cynara scolymus (cinarina)
•    Echinacea spp. (alchilamidi)
•    Glycyrrhiza glabra (glicirrizina)
•    Harpagophytum procumbens (arpagosidi)
•    Hydrastis canadensis (idrastina)
•    Matricaria recutita (o.e.;  apigenina)
•    Panax ginseng (ginsenosidi)
•    Piper methysticum (kavalattoni)
•    Salix spp (salicilati)
•    Silybum marianum
•    Thymus vulgaris (olio essenziale; fenoli)
•    Vaccinium myrtillus (25% antocianosidi)
•    Valeriana officinalis (acido valerenico, valepotriati)
•    Vitis vinifera (95% polifenoli)
 


Licenza Creative Commons
Il database InfoErbe
├Ę pubblicato con
Licenza Creative Commons

Marco Valussi
Luciano Posani

Copyright 2000 - 2005 Miro International Pty Ltd. All rights reserved. Mambo is Free Software released under the GNU/GPL License.