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Iperico

Hypericum perforatum L.

Tue, 17 May 2005 11:18:48 +0200

Farmacologia

  • Farmacocinetica

    Dopo amministrazione orale di un estratto standardizzato di Iperico (LI 160) (Staffeldt et al 1994), la massima concentrazione ematica per ipericina viene raggiunta in 2-2.6 ore, e quella per pseudoipericina in 0.4-0.6 ore. L'emivita dell'ipericina è di 24.8-26.5 ore, mentre quella della pseudoipericina è di 16.3-22.8 ore. In caso di somministrazione prolungata per 14 giorni (a 3 x 300 mg/die) la massima concentrazione ematica viene raggiunta in 4 giorni. Questa azione prolungata è probabilmente dovuta alla particolare configurazione della molecola di ipericina, che le dà una buona affinità per l'albumina e per le lipoproteine (Bianchi, et al 1997). Essa è costruita su di una struttura ad otto anelli insaturi simmetrici, completamente aromatica. Gli elettroni p sono delocalizzati su tutta la struttura e sono proprio questi che, assorbendo un quanto di energia luminosa, sono alla base delle proprietà fotoattive della molecola. Ma la struttura è interessante anche nella distribuzione degli elementi idrofilici e idrofobici. Tre dei quattro lati della molecola sono molto polari mentre il rimanente lato e le due basi della molecola sono fortemente non polari. Questo spiega anche il meccanismo di aggancio con la capside virale e di fotodinamica: un lato della molecola sarebbe immerso nello strato lipidico e i tre lati rimanenti formerebbero legami idrogeno con il medium acquoso. In questa configurazione, un lato contenente elettroni p sarebbe disponibile per interagire (e forse fissare) con l'ossigeno monovalente.

  • Thu, 07 Apr 2005 13:18:12 +0200
  • Farmacodinamica

    Dalla metà degli anni Ottanta è nato un grande interesse per il potenziale dell'Iperico come medicina. Le due aree sulle quali la ricerca si è focalizzata sono le attività antivirale/antiretrovirale e quella antidepressiva, ma vi sono dati farmacologici anche sulle altre azioni riconosciute tradizionalmente a questa pianta.

  • Thu, 07 Apr 2005 13:18:44 +0200
  • Antidepressiva

    Attività sui recettori e inibizione chimica, studi in vitro
    Nei primi anni '80, una osservazione fu riportata da Suzuki et al. (1984), e cioè che l'ipericina agiva come un inibitore della ossidasi monoamminica (MAOI). Fino a pochi anni fa, questo meccanismo d'azione è stato ritenuto e riportato come il responsabile dell'azione antidepressiva dell'iperico (Witchtl, 1994), e questa spiegazione è stata accettata nella maggioranza dei casi, dato che molti antidepressivi sintetici esibiscono un'attività MAOI.
    Contro questa ipotesi si basa l'osservazione che gli effetti collaterali tipici associati agli antidepressivi di sintesi (tachicardia, ipertensione posturale, di tipo anticolinergico ecc.), dovuti all'attività MAOI, sono sempre assenti in tutti i test clinici effettuati con Hypericum perforatum L. (Josey, Tackett 1999). A parte questa osservazione empirica, lo studio di Suzuki e collaboratori è stato condotto con concentrazioni molto elevate di ipericina, assolutamente superiori a quelle terapeutiche. Ma ancora più importante è il fatto che il metodo di purificazione dell'ipericina usato dal gruppo di ricerca risultava in un prodotto finale puro solo all'80%, ed è stato proposto che l'azione osservata fosse dovuta almeno in parte alle altre frazioni presenti; in particolare Bladt (1994) ha mostrato che la frazione ricca in flavonoidi è stata la più attiva (39%) nell'inibizione MAO. Inoltre, secondo Holtje e Walper (1993), modelli computerizzati suggeriscono che i flavonoidi siano i candidati più probabili, vista la forte somiglianza strutturale con inibitori MAO già noti. Rimane però il dubbio sulla reale importanza della inibizione MAO, visto che non esistono studi in vivo e che l'azione anti-MAO e anti-COMT, che pure esiste, sarebbe troppo debole alle concentrazioni normalmente utilizzabili negli esseri umani (Bladt et al., 1994; Thiede et al., 1994).Quando Bladt e Wagner. (1994) usarono ipericina pura al 100% ed estratto totale di iperico nei loro esperimenti, non poterono dimostrare alcuna attività anti-MAO. Da questi risultati gli autori conclusero che l'effetto antidepressivo - clinicamente dimostrato - dell'iperico non poteva essere spiegato in termini di inibizione MAO. In maniera simultanea, un altro studio arrivò a risultati simili, e gli autori dichiararono che i livelli d'inibizione raggiunti potevano non essere sufficienti a spiegare l'effetto clinico antidepressivo dell'iperico, in particolare rispetto a una supposta attività MAOI (Thiede e Walper, 1994).
    Una volta confutata la semplice ipotesi che l'ipericina fosse l'agente attivo e che l'inibizione MAO fosse il meccanismo antidepressivo, i ricercatori iniziarono ad analizzare altri composti presenti nella pianta e meccanismi possibili per la sua azione. L'anno seguente Perovic e Muller (1995) presentarono i risultati della loro ricerca su un estratto di Hypericum perforatum L.e dichiararono che esso causava un'inibizione del 50% dell'uptake di serotonina in sinaptosomi di ratto. La conclusione questa volta fu che l'attività antidepressiva fosse dovuta a un'inibizione dell'uptake serotoninico. L'iperforina, il più importante composto lipofilico dell'iperico, fu identificato come un potente inibitore di tale uptake, come anche della dopamina, della noradrenalina, del GABA e del L-glutammato, in preparazioni sinaptosomali (Chatterjee et al., 1998) e fu quindi ritenuto come il nuovo principio attivo in Hypericum perforatum. In un altro studio fu mostrato che né l'ipericina né il kampferolo mostravano alcuna attività di inibizione del re-uptake, mentre l'iperforina fu identificata come l'inibitore non specifico presente nell'estratto di iperico (Muller et al., 1998).

    A quel punto sembrava ormai chiaro che l'inibizione MAO non fosse il meccanismo d'azione responsabile, e l'ipericina non fosse il composto attivo responsabile
    Ancora altri componenti, con i loro meccanismi d'azione, iniziarono a essere studiati. Baureithel e collaboratori dimostrarono che l'estratto di iperico era in grado di inibire il legame del [3H]-flumazenile ai siti benzodiazepinici dei recettori GABAA in vitro. Mentre né l'ipericina né altri composti, soprattutto flavonoidi, esibiscono alcuna attività, l'amentoflavone ha dimostrato di essere molto attivo nell'inibire il legame del [3H]-flumazenile, e quindi potrebbe essere coinvolto nell'attività antidepressiva degli estratti di iperico (Baureithel, et al., 1997).
    Nella continua ricerca del meccanismo d'azione, è stato anche dimostrato che l'ipericina inibisce meno del 40% dei radioligandi specifici per 30 siti recettoriali o di re-uptake, a esclusione dei recettori mAChR e sigma. La dimostrazione del legame dell'ipericina con recettori sigma è una nuova scoperta, e l'autore conclude che potrebbe contribuire a una conoscenza migliore e nuova degli attributi clinici di Hypericum perforatum L. (Raffa, 1998).
    Di recente sono state condotte nuove investigazioni, in particolare sull'iperforina, un composto fino a ora studiato per la sua attività antibatterica (Bombardelli e Morazzoni, 1995). Studi iniziali in vitro hanno dimostrato che l'iperforina agisce come inibitore del re-uptake della serotonina, della dopamina, della noradrenalina e del GABA (Chatterjee et al., 1998a; Chatterjee et al., 1998b). A seguito di questi studi preliminari è stato approntato uno studio clinico in doppio cieco, randomizzato contro placebo (Laakmann et al., 1998) con due estratti di iperico a contenuto di iperforina 5% e 0,5%. L'estratto al 5% si è dimostrato superiore al placebo, mentre l'estratto allo 0,5% si è mantenuto a livello del placebo
    È stato mostrato che il meccanismo dell'inibizione serotoninica dell'iperforina differisce da quello degli antidepressivi classici come SSRI e triciclici. L'iperforina infatti rappresenta la prima sostanza con un profilo preclinico antidepressivo che inibisce il re-uptake della serotonina aumentando la [Na(+)](i) (Singer e Wonnemann, 1999).
    Gli estratti alcolici di Hypericum perforatum L. inibiscono la dopamina-beta-idrossilase con un IC50 di 0,1 mu mol/L; l'ipericina commerciale pura esercita la stessa inibizione con un IC50 di 21 mu mol/L. (Kleber et al., 1999). Così l'estratto totale è 210 volte più attivo dell'ipericina. Gli enzimi coinvolti nella sintesi della dopamina dalla tirosina, cioè la tirosinasi e la tirosina decarbossilasi, non sono influenzati dall'ipericina.
    Denke e collaboratori concludono che l'ipericina quasi sicuramente non rappresenta il principio attivo principale responsabile degli effetti desiderati. Quindi la standardizzazione degli estratti non è (o non dovrebbe essere) basata sulla quantificazione dell'ipericina totale, e da molti anni si utilizza piuttosto la determinazione del contenuto in residuo secco. Per di più, gli autori giudicano gli estratti di iperico responsabili dell'inibizione della dimerizzazione delle encefaline catalizzata dalla mieloperossidasi (Denke, 1999).
    Per finire, citiamo da uno studio recente: «gli estratti, le frazioni e i costituenti dell'iperico sono stati investigati per evidenziare legami in vitro, con vari ligandi, a recettori ricombinanti del SNC, inclusi molti recettori oppiacei, serotoninici, estrogenici, istaminici, GABA-A, neurochininici e recettori per il glutammato metabotropici. Una frazione lipofilica ha rivelato una potente capacità inibitoria per i legami con recettori mu, delta- e kappa-oppiacei, e con i recettori per 5-HT6 e 5-HT7. Inoltre, i costituenti di Hypericum p. come i naftodiantroni ipericina e pseudoipericina, e il floroglucinolo iperforina, inibiscono il legame sia per i recettori oppiacei sia per quelli serotoninici, a bassi dosaggi micromolari. Il legame dell'estrogeno è stato inibito fino al 50% dal biflavonoide I3,II8-biapigenina a concentrazioni micromolari. La frazione lipofilica ha anche causato un'inibizione del legame con il recettore per la neurochinina-1, anche se meno potente rispetto all'inibizione per i recettori oppiacei e serotoninici. Un estratto etanolico totale di iperico ha fortemente inibito il legame con GABA-A a un dosaggio di circa 3 microgrammi/mL. Questi risultati supportano l'ipotesi che molti costituenti attivi dell'iperico contribuiscano in maniera sinergica all'effetto antidepressivo sul sistema nervoso centrale» (Simmen et al., 1999).
    Un'altra possibilità di spiegare l'azione dell'iperico viene dalle teorie di psiconeuroimmunologia, che ci spiegano come le citochine, e in particolare le interleuchine, agiscano attivando l'asse ipotalamico-pituitario-surrenale. Non solo l'iperico contiene delle citochine (Bombardelli e Morazzoni, 1995), ma pare agisca riducendo l'espressione di IL-6 (Thiele et al., 1994) implicata nell'induzione della depressione in individui sensibili (Smith, 1991) .
    Concludendo, è evidente che la spiegazione dell'attività antidepressiva dell'iperico attraverso un meccanismo MAOI è in realtà una leggenda. Tutti gli studi moderni non hanno fatto altro che sottolineare il fatto che l'iperico agisce attraverso la sinergia di molti componenti e meccanismi d'azione. Il flavonoide amentoflavone, isolato, ha mostrato di legarsi in vitro ai recettori benzodiazepinici del cervello, con un'azione molto più debole del diazepam (Nahrstedt and Butterweck, 1997). L'evidenza che l'attività antidepressiva dell'iperico sia legata a vari meccanismi e componenti dell'estratto è supportata dai risultati di uno screening generale su estratto totale di iperico e su ipericina sintetica (Cott et al., 1997), dal quale risulta una affinità dell'estratto per recettori adenosinici, GABA-A, GABA-B, benzodiazepinici, inositolo trifosfato, e MAO-A, -B; in contrasto, l'ipericina sintetica non ha mostrato inibizione dei recettori MAO-A, -B. Rimane invece molto interessante l'alta affinità dell'estratto totale per i recettori GABA.

    Studi clinici
    Gli studi di fitochimica su Hypericum p. sono iniziati nel 1830 con il lavoro pioneristico di isolamento dell'ipericina da parte di Buchner, che la chiamò rosso iperico (hypericum red) (Buchner, 1830). Da allora molti riercatori si sono dedicati all'attività antidepressiva di Hypericum p. e dell'ipericina.
    Due recenti lavori di meta analisi, che hanno raccolto dati su 23 test randomizzati per un totale di 1757 pazienti trattati, hanno giudicato che gli estratti di iperico sono clinicamente più efficaci del placebo per il trattamento dei disordini di tipo depressivo di intensità da media a moderatamente intensa (Linde et al., 1996), ed egualmente efficaci ai trattamenti ortodossi, con un vantaggio in termini di riduzione di frequenza e intensità degli effetti collaterali (Ernst, 1995); i dosaggi per tutti gli studi si aggirano intorno ai 300-900 mg/die di un estratto speciale di iperico (di solito LI 160-Jarsin) per 2-6 settimane (Harrer et al., 1994a). La maggior parte degli studi ha valutato l'efficacia del preparato utilizzando test psicometrici standard, come l'Hamilton Depression Scale (HAMD), il von Zerssen Depressivity Scale (D-S), il Clinical Global Impression Scale (CGIS), il Clinical Assessment Geriatric Scale (SCAG) e il Depression Status Inventory (DSI). Il trattamento con iperico ha portato al miglioramento nei tipici sintomi depressivi; in uno studio del 1994 (Hubner et al., 1994) si è notato un miglioramento soprattutto nei sintomi di svogliatezza, stanchezza, affaticamento, sonno disturbato. In uno studio clinico non controllato e molto piccolo (15 donne), i miglioramenti si sono visti soprattutto con umore disforico, mancanza di interesse, ipersomnia, anoressia, depressione soprattutto alla mattina, insonnia, costipazione, ritardo psicomotorio, senso di inutilità (Witte et al., 1995). Uno studio particolarmente interessante perché, dopo aver valutato l'azione dell'iperico vs. placebo per 4 settimane, ha invertito i gruppi placebo/verum. I miglioramenti che si erano riscontrati nel gruppo verum nelle prime 4 settimane si sono iniziati a vedere anche nel secondo gruppo verum nelle rimanenti due settimane (Hansgen et al., 1994). In tre casi gli studi sono stati fatti confrontando il trattamento con iperico con trattamenti ortodossi di maprotilina (Harrer et al., 1994b), imipramina (Vorbach et al., 1994) e amitriptilina (Bergman, 1993 citato in Linde, 1996) . In ogni comparazione contro antidepressivi convenzionali gli autori non hanno notato alcuna differenza tra i due gruppi, se si eccettua l'entrata in azione leggermente più veloce della maprotilina e la minor frequenza e intensità degli effetti collaterali nel trattamento con iperico ((Harrer et al., 1994b; Vorbach et al., 1994). Una critica avanzata ai test clinici di comparazione è che il dosaggio di antidepressivi tradizionali era troppo basso: 75 mg /die contro una dose standard di 150 mg. Ciononostante, una recente analisi degli antidepressivi triciclici (TCA) e degli SSRI ha riportato che nonostante il dosaggio minimo riconosciuto come efficace per i TCA sia di 100 mg die, i medici di base trattano la depressione con dosaggi minori. Questa analisi dimostra che anche quando dosaggi di SSRI standard sono comparati con dosaggi bassi di TCA, l'efficacia non cambia, suggerendo che non vi sia il bisogno di utilizzare alte dosi di TCA (Trinidade, 1998). Nella maggior parte degli studi non sono stati riscontrati effetti collaterali, se si eccettua uno studio su 3250 pazienti di medici di base trattati con LI 160, che hanno riportato un 2,4% di effetti collaterali e un 1,5% di pazienti che hanno smesso la terapia (Woelk et al., 1994). L'effetto collaterale più importante è stato un'imprecisata “irritazione gastrica” (0,6%), seguita da “reazioni allergiche” (0,5%) e stanchezza (0,4%). Uno studio si è concentrato su una variante della depressione, il SAD (Seasonal Affective Disorder), che viene solitamente affrontato con la terapia luminosa. Lo studio si conclude con il giudizio che il trattamento con Hypericum p. può essere una terapia efficace per pazienti con SAD (Martinez et al., 1994). Secondo l'esperienza dei fitoterapeuti, si pensa che l'iperico possieda anche attività ansiolitica e trial clinici a breve termine hanno indicato il suo potenziale in stati di ansietà, specialmente quando associati a stati depressivi (Witte et al., 1995).

  • Thu, 07 Apr 2005 17:34:00 +0200
  • Nootropica

    Effetti sulla performance cognitiva
    Uno dei più tipici effetti collaterali della terapia antidepressiva ortodossa è la riduzione della performance cognitiva. In uno studio in doppio cieco, randomizzato, contro placebo, multicentro, su 97 pazienti con depressione da media a moderatamente severa, l'estratto di iperico LI 160 è stato testato per la sua efficacia sui sintomi depressivi e per i suoi possibili effetti sui parametri cognitivi. Non è stata osservata nessuna riduzione della performance cognitiva, nessuna riduzione attentiva, della concentrazione o della reattività (Schmidt et al 1993).

  • Thu, 07 Apr 2005 13:20:05 +0200
  • Ipnotica

    Effetti sul sonno
    Un altro dei tipici effetti collaterali della terapia antidepressiva sono i disturbi della qualità e quantità del sonno.
    In uno studio in doppio cieco, contro placebo e incrociato (cross-over), il trattamento con dosi elevate di LI 160 (300 mg x 3 die x 4 settimane) ha portato solo ad un aumento della fase REM senza influire sul tempo totale di sonno, sulla sua continuità e sulle altre variabili (Schulz et al 1994).

  • Thu, 07 Apr 2005 13:20:39 +0200
  • Cardiovascolare

    Uno dei rischi che comporta l'utilizzo degli antidepressivi, soprattutto dei TCA, è il potenziamento della azione simpaticomimetica, con possibili aritmie e intervalli di conduzione cardiaca allungati. Nelle persone anziane ed in quelle con malattie cardiovascolari questo è un rischio da non sottovalutare. Hypericum perforatum può costituire un sostituto più sicuro per il trattamento della depressione in anziani e/o persone a rischio, dato che in uno studio comparativo la pianta non ha mostrato azione simpaticomimetica ed anzi ha aumentato leggermente la velocità di conduzione (Czekalla et al 1997). Inoltre la frazione procianidinica della pianta esplica una azione vasoattiva con vasodilatazione coronarica, suggerendo un meccanismo di inibizione della fosfodiesterase, già ipotizzato per Crataegus (Melzer et al 1991).

  • Thu, 07 Apr 2005 13:21:13 +0200
  • Antivirale

    L'attività antivirale dell'Hypericum è stata investigata soprattutto per il suo potenziale nel trattamento delle infezioni da HIV. Purtroppo, a fronte di molti studi sulla sua efficacia in vitro contro virus e retrovirus, sono ancora scarsi i dati di tipo clinico.
    Studi in vitro
    Ipericina e pseudoipericina possiedono attività antivirale e antiretrovirale. Sono attive contro i virus dell'HIV-1, della leucemia da radiazione, contro il Friend Leukemiae Virus, contro il virus dell'anemia infettiva equina, della stomatite vescicolare, dell'herpes simplex 1 e 2, della parainfluenza, contro il virus vaccino, dell'epatite B delle oche, contro il Sindbis virus, l'Epstein-Barr virus e il citomegalovirus (Bianchi et al 1997). Gli studi sembrano dimostrare come l'ipericina non sia attiva a livello della transferasi inversa, bensì abbia bisogno di una membrana o superficie cellulare integra per essere efficace (tutti i virus su cui è attiva, a parte il citomegalovirus, sono infatti provvisti di rivestimento virale). Altro fattore determinante è la fotoattivazione, che rende l'attività contro Friend Virus cento volte superiore rispetto a ipericina non fotoattivata (Bianchi et al 1997); interessante notare come l'ipericina (e la sua fototossicità in insetti predatori) sia attivata, in presenza di ossigeno, alla stessa lunghezza d'onda (540-610 nm) alla quale “trasmettono” le foglie di Iperico alla luce solare. Alcuni insetti che si nutrono di foglie di iperico si sono adattati legando insieme le foglie e nutrendosi all'interno di questo “riparo”, proteggendosi così dagli effetti dell'ipericina (Sandberg et al 1989).
    Dato che per esplicare la sua attività la ipericina ha bisogno del rivestimento virale, si ipotizza che la sua azione sia a livello dell'assemblaggio virale o dell'ancoraggio e non a livello della trascrittasi inversa o dell'mRNA virale. Alcuni autori ipotizzano che l'ipericina, molecola lipofilica, si leghi alla membrana lipidica del virus, che assorba un fotone con formazione, attraverso un meccanismo di fotoattivazione di tipo II ossigeno-dipendente, di ossigeno monovalente che agirebbe poi a livello del legame tra gp120 del HIV e il recettore CD4 del Th, con inibizione della fusione virale e della formazione di sincizi (Thomas, et al 1992b; Lenard, et al 1993; Yip, et al 1996). Altri ricercatori pensano invece che l'azione sia diretta contro il capside del virus e che ne inibisca o modifichi radicalmente la mobilità (Degar, et al 1992). La prima ipotesi è supportata dallo studio di Takahashi (Takahashi et al 1989) che mostra come l'ipericina e la pseudoipericina inibisca in maniera specifica la proteina chinasi C, che è coinvolta nella fosforilazione del recettore CD4. Un altro enzima ossidativo implicato nell'ingresso del virus nella cellula è la tirosina chinase, anch'essa inibita dall'ipericina (Bianchi et al 1997).
    Il potenziamento dell'azione dell'ipericina con la luce rappresenta però un fattore fortemente limitante; è vero che essa è attiva anche al buio (Lavie, et al 1995), ma in questo caso l'indice terapeutico viene di molto ridotto.
    Studi clinici
    Bianchi e collaboratori (1997) hanno analizzato la letteratura disponibile sugli studi clinici su HIV/AIDS, e riportano 7 studi. Lo studio di Cooper (Cooper, et al 1990) è l'unico su umani che abbia utilizzato estratto di Iperico. Si tratta di uno studio osservativo limitato a 33 pazienti HIV positivi trattati con 1 mg/die di ipericina sotto forma di estratto per 4 mesi. I pazienti che non stavano assumendo AZT hanno avuto un incremento dei CD4 del 13%; i risultati sono comunque difficili da valutare vista la natura dello studio. Tutti gli altri studi utilizzano ipericina sintetica (MacAuliffe, et al 1993; Pitisuttithum, et al 1996) o ipericina naturale ma isolata (Furner, et al 1991; Payne, 1995; Steinbeck_Klose, et al 1993; Vansover, et al 1996). E' difficile dire quanto questi risultati possano essere generalizzati all'utilizzo di estratti di Iperico, soprattutto nel caso di ipericina sintetica. Mentre gli studi di Furner (1991) e di Payne (1995) erano di tipo osservativo, Steinbeck_Klose e collaboratori (1993) e Vansover e collaboratori (1996) hanno effettuato studi clinici; solo questi ultimi hanno dato risultati positivi in termini di aumento dei CD4 e del rapporto CD4/CD8 , e di diminuzione della carica virale e dei livelli di Ag p24. In questi studi i pazienti hanno utilizzato ipericina per via endovenosa e per os.
    Il numero limitato di studi indica sicuramente la necessità di studiare più approfonditamente questa pianta per il trattamento dell'AIDS.

  • Thu, 07 Apr 2005 13:21:49 +0200
  • Antibatterica (e vulneraria)

    Attività vulneraria e antibatterica
    Entrambe queste azioni sembrano dovute alla presenza di sostanze ad attività antimicrobica, antibatterica e antimicotica. Le sostanze attive sono gli oli essenziali, i floroglucinoli, i flavonoidi e i tannini. In particolare iperforina e adiperforina sembrano possedere un effetto antibiotico maggiore della sulfonilamide (Negrash et al 1972). Le proprietà vulnerarie non sono limitate alla applicazione locale, ma si esplicano anche con l'utilizzo sistemico (Rao et al 1991)

  • Thu, 07 Apr 2005 13:22:25 +0200
  • Antitumorale

    Da alcuni anni l'ipericina viene studiata per un possibile utilizzo come agente antivirale e antitumorale. Il composto, somministrato a dosaggi molto più elevati di quelli sopra citati, ha mostrato una certa attività nel trattamento dell'HIV senza causare effetti collaterali. Comunque, l'utilizzo dell'ipericina nel trattamento dei tumori, sfruttando soltanto la sua tossicità fotoindotta, è ancora agli stadi sperimentali. Gli studi finora hanno confermato che l'ipericina fotoattivata è tossica per le cellule tumorali (Vandenbogaerde et al., 1988), ma i dati sono ancora scarsi (Thomas-Bradley, 1992; Vendenbogaerde et al., 1995; Thomas et al., 1992a). Il problema del rapporto dose-effetto per il trattamento antitumorale non è stato ancora chiarito. Thomas-Bradley riporta che l'ipericina fotoattivata esibisce un'attività dose-dipendente nei test di laboratorio sul carcinoma della mammella di topo e umano. L'ipericina è attiva a livelli di 1 mg/kg peso corporeo nei topi (Thomas-Bradley, 1992). Questo dosaggio corrisponderebbe a una dose di 60 mg di ipericina, o 120-140 g di pianta essiccata, per una donna del peso di 60 kg. Dato che la dose terapeutica dell'ipericina è di 1 mg, questi dosaggi sono estremamente elevati, e si capisce come mai nessuna attività antitumorale e nessun effetto fototossico grave sia mai stato associato a trattamenti standard con la pianta o l'estratto d'iperico.

  • Fri, 08 Apr 2005 09:03:16 +0200

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Marco Valussi
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